The Place: cosa sei disposto a fare per ottenere ciò che vuoi?

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The Place è un film di Paolo Genovese che ripropone la stessa impostazione di una serie americana (The Booth at the End). Guardando The Place, lo spettatore è condotto per mano in una zona molto profonda della psiche umana che lo porterà a porsi lo stesso interrogativo per tutta la durata del film: cosa sarei disposto a fare per ottenere ciò che voglio?

Il Bar

Genovese s’inoltra nuovamente nella sfida tecnica di allestire un’unica scenografia che farà da background a più e più storie; scelta già adottata nel 2016 con ‘Perfetti Sconosciuti‘, Genovese decide di concentrare la grande ramificazione di eventi in un’unica stanza, il bar The Place. Questo bar ospita al suo interno, sempre seduto allo stesso tavolo, a qualsiasi ora del giorno e della notte, tutti i giorni, un uomo (Valerio Mastandrea).

Durante il film non ricorrono mai immagine stereotipate (come lancette di un orologio o un calendario) a sancire lo scorrere del tempo. L’unica prova che abbiamo del suo trascorrersi è il mutarsi del meteo al di là delle enormi finestre del bar.

L’uomo

Ma torniamo a noi, così come per il tempo, neanche l’uomo seduto viene mai pienamente identificato: il volto è l’unica notizia certa che abbiamo di lui. Lo spettatore viene posto in una condizione che gli impedisce di inquadrare il personaggio, non essendogliene presentata l’età, la professione, il passato, i sentimenti o il nome.

La trama

Giorno dopo giorno, l’uomo riceve dei visitatori che gli confessano le loro afflizioni più intime e i desideri più profondi. L’uomo consulta la sua agenda, e esattamente come un medico prescrive medicine ai suoi pazienti, l’uomo chiede loro di svolgere un compito, un compito che esaudirà le loro volontà. Semplice, no? Peccato che queste mansioni si scontrino con i principi etici e morali di chi deve eseguirli. Esempio: una suora, per ritrovare la fede perduta, dovrebbe rimanere incinta.

Critica necessaria è che in alcuni momenti l’intrigo rischia di girare su se stesso, può annoiare. Tuttavia è anche molto interessante come vengano omesse tutte le azioni, limitando la narrazione a quanto raccontato dai visitatori che raccontano all’uomo quanto fatto, facendosi così propri narratori intra-diegetici.

 

Quanto suggerito dall’uomo, ovviamente, non influisce sul libero arbitrio degli altri personaggi. Sono tutti liberi di scegliere. Quindi l’interrogativo è: agisco in funzione di ciò che vorrei, o di ciò che dovrei? Fino a dove posso spingermi per ottenere ciò che voglio? Quali sono le mie priorità?

Trovo l’impossibilità di saperne di più sull’uomo (che è il perno del racconto) assolutamente appropriata e intelligente. Difatti, obbliga lo spettatore a non fossilizzarsi su dettagli che potrebbero distrarlo o distogliere la sua attenzione dai fini che il film si è inizialmente imposto, ovvero interrogarsi sui temi di sopra citati.

Andrebbe riconsiderato il nostro codice morale se quest’ultimo ci impedisse di raggiungere specifiche ambizioni? Il dilemma è aperto.