La questione romana, un problema del nuovo regno

Garibaldi ferito dopo lo scontro sull'Aspromonte

Nel 1861 fu proclamato il Regno d’Italia, ma alla totale unificazione del territorio italiano mancavano ancora alcuni territori. Il dibattito politico era incentrato sull’assenza di Roma, considerata dai più, tra i quali Mazzini, come capitale naturale dello Stato italiano.

Alle origini della questione romana

Durante le prime elezioni del parlamento italiano tenutesi il 27 gennaio 1861, la gran parte degli elettori cattolici non si recarono alle urne. Essi seguirono la direttiva lanciata da Don Giacomo Margotti “né eletti, né elettori”. Questa linea era dettata dall’opposizione allo “Stato usurpatore” responsabile di aver privato lo Stato della Chiesa di una parte del suo potere temporale, e mettendolo in estrema difficoltà e continuamente sotto minaccia.

Cavour, però, avendo timore del monopolio politico liberale, auspicava la formazione di un partito cattolico che potesse creare l’alternanza politica. Camillo Benso provò ad evitare la rottura drastica tra Stato e Chiesa, ma allo stesso tempo desiderò la separazione tra le due entità come negli Stati Uniti. Gli appelli rivolti verso Pio IX per la buona riuscita di un accordo, facendo notare i vantaggi, finirono inascoltati.

I successori di Cavour

Il 6 giugno del 1861 Cavour morì e tra le quattro direttive che il Conte chiese di seguire ai suoi successori vi era anche la risoluzione della “questione romana”, rimanendo fedele al principio di “libera Chiesa in libero Stato”. Il suo successore Ricasoli fallì la mediazione, perché chiese al pontefice di rinunciare al potere temporale. Garibaldi e Vittorio Emanuele II si spinsero verso un’azione meno timorosa con il Veneto e Roma, Ricasoli allora si dimise e il governo passò a Rattazzi.

Garibaldi e l’Aspromonte

Garibaldi ferito dopo lo scontro sull'AspromonteRattazzi si inserì su una strada avventata: volle favorire l’iniziativa di Garibaldi in modo da non sporcare le mani del Regno. L’eroe dei due mondi credette, dal canto suo, di avere via libera e iniziò a reclutare dei volontari. Rattazzi a questo punto si dovette scontrare con la sua ambiguità e decise di condannare Garibaldi e di arrestarlo. Garibaldi a questo punto si spostò in Sicilia dove fu raggiunto da volontari da tutta Italia.

Napoleone III, che si proclamò difensore della Roma papale, protestò. Per non provocare la reazione francese, il re rinnegò la spedizione e il governo dichiarò lo stato d’assedio. A questo punto Garibaldi sbarcato in Calabria marciò verso Roma, nel frattempo un corpo di spedizione dell’esercito italiano gli andò incontro. Le due armate si incontrarono sull’Aspromonte il 29 agosto 1862 dove l’esercito aprì il fuoco ferendo Garibaldi.

La convenzione di settembre

Rattazzi allora fu sfiduciato e sostituito da Minghetti. Il 15 settembre 1864 il presidente del consiglio italiano e l’imperatore francese firmarono la “convenzione di settembre” con la quale l’Italia si impegnava e rinunciare all’annessione di Roma e a promettere di difenderla da qualsiasi minaccia esterna, mentre la Francia si impegnava a ritirare le sue truppe dalla Città eterna, avvenuta per dicembre del 1866. Per consolidare la forza di questo accordo l’Italia dovette acconsentire allo spostamento della capitale da Torino ad un’altra città: Firenze.

Nello stesso anno Pio IX non vide di buon occhio questa convenzione e nel suo Sillabo condannò lo stato liberale come uno dei tanti errori della modernità.

L’ultimo tentativo dell’eroe dei due mondi

Nel 1867, ritornato al governo, Rattazzi continuò la sua ambiguità sulla questione romana. Garibaldi e i democratici continuarono a desiderare l’annessione di Roma. Sperando in un’insurrezione a Roma che avrebbe giustificato l’intervento italiano in seguito alla repressione pontificia. Rattazzi, però, per mantenere buoni rapporti con la Francia, intervenne contro il tentativo di Garibaldi di reclutare volontari, arrestandolo. Garibaldi tuttavia, dopo l’arresto ritornò a Caprera e da lì partì per la volta di Livorno e si mise a capo dei rivoltosi.

Il tentativo di insurrezione fallì, ciononostante Garibaldi decise di agire lo stesso e penetrò nello Stato pontificio. A questo punto il sovrano si oppose all’iniziativa, Rattazzi si dimise e l’incarico andò al generale Menabrea. A novembre Garibaldi fu definitivamente sconfitto e arrestato. Vista la situazione il Re e il governo giurarono di non avere assolutamente l’intenzione di annettersi la città dei sette colli.

La breccia di Porta Pia

i bersaglieri entrano in città dalla breccia di Porta PiaNel 1870 il governo era guidato da Giuseppe Lanza, quando la Francia fu sconfitta nella guerra franco-prussiana. Ciò provocò la caduta di Napoleone III e con esso la protezione francese sul papa. Allora il governo andò all’attacco, e successivamente al fallimento delle trattative, il 20 settembre 1870 i bersaglieri entrarono in città attraverso la breccia di Porta Pia.

Il 2 ottobre un plebiscito nell’Urbe dichiarò Roma annessa al Regno d’Italia, di cui ne sarebbe diventata la capitale l’anno seguente. Ora la questione romana toccò il suo culmine con l’emanazione da parte del pontefice, nel 1874, del non expedit. Con cui si vietava ai cattolici la partecipazione al nuovo regno.

La fine della questione romana

Il governo provò a risolvere la questione in modo unilaterale con la “legge delle guarentigie”. Entrata in vigore il 15 maggio 1871 prevedeva il riconoscimento dell’extraterritorialità di alcuni territori, come i palazzi del Laterano, Vaticano e Castel Gandolfo, una donazione finanziaria annua e riconosceva al Papa l’indennità di sovrano estero. Seppur Pio IX non la riconobbe, l’Italia la seguì rigorosamente.

L’alleggerimento della tensione tra Stato e Chiesa si ebbe con l’enciclica Rerum Novarum emanata da Leone XIII nel 1891 e definitivamente conclusa l’11 febbraio 1929 con la firma dei Patti Lateranensi.

Fonte

Massimo Salvadori, Storia d’Italia. Il cammino tormentato di una nazione 1861-2016, Einaudi, Torino 2018

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