La questione meridionale: la guerra del brigantaggio

Brigantaggio
Fonte ph: wikipedia.

Dopo aver analizzato la questione romana, analizziamo un altro problema che attanagliò l’Italia nei primi anni della sua vita unitaria.

La guerra al brigantaggio si potrebbe considerare come la prima guerra civile italiana. Salvadori nel suo libro ne conta tre: la prima quella al brigantaggio, la seconda successiva al Biennio Rosso e che si conclude nel 1922, la terza ed ultima quella combattuta tra il 1943 e il 1945.

Le ragioni alla base del brigantaggio

I contadini del sud Italia furono molto delusi dai risultati del risorgimento italiano. Essi videro disattese le speranze di una redistribuzione della terra. Inoltre, il neonato Stato Italiano favorì i proprietari terrieri. Quindi l’Italia unita per i braccianti fu in continuità con il vecchio stato borbonico.

La necessità di liquidità e di soldati spinse lo Stato italiano a prendere due decisioni molto contestate. La prima fu l’introduzione della leva su tutto lo Stivale. Si deve ricordare che nel Regno delle Due Sicilie non vi era alcuna costrizione obbligatoria. La seconda fu la scelta di vendere le terre ai grandi proprietari terrieri quindi di non distribuirla ai piccoli.

L’assenza di un Partito che potesse canalizzare le esigenze dei braccianti e dei piccoli proprietari terrieri fece scoppiare la “rivolta dei cafoni”. Essa fu rivolta contro i “gentiluomini” e lo “stato piemontese”.

Il supporto al brigantaggio

Il brigante siciliano di Pasquale Bruno, fonte: Wikipedia.

Una parte consistente dei contadini iniziò a dare il proprio supporto, anche solo passivo alle bande di briganti che iniziarono a circolare nel Meridione. Ben presto i borbonici e i papalini strumentalizzarono queste bande. Infatti, questi volevano far passare le rivolte dei briganti non come lotte verso una più equa base sociale, ma come rivolte contro lo Stato appena costituito. Borbonici e papalini covavano la speranza di riuscire in tal modo a ricostruire i loro Regni.

Una classe dirigente non adeguata

L’ignoranza della classe dirigente settentrionale sulle reali condizioni sociali del meridione non aiutò di certo. Essa era politicamente conservatrice, perciò affine alle prospettive dei proprietari e ideologicamente contrari a quelle dei braccianti. Eppure, non immaginarono che nel Mezzogiorno i lavoratori fossero fermi al latifondo e tanto arretrati.

La repressione nel sangue

Il governo centrale, per mantenere una più ferrea coesione, stabilì un’alleanza con i latifondi e decise di stroncare il brigantaggio. Il brigantaggio era già attivo dall’autunno 1860, ma esplose solamente nel 1861. Tra il 1861 e il 1864 da Torino furono inviati nel sud Italia quasi la metà dell’esercito nazionale.

Si contano 5212 briganti uccisi in combattimento e oltre 10.000 persone poste sotto processo. La situazione si fece sempre più tesa perché i soldati che combatterono nel territorio meridionale erano di origine settentrionale. Per questo la popolazione provò un forte risentimento verso questi militari. I sodati, in difficoltà, procedettero a soluzioni sommarie contro chiunque avesse avuto un’arma.

La commissione Massari e la legge Pica

Nel 1862 il Parlamento, per indagare sulle reali problematiche che diedero origine a questo fenomeno, istituì la commissione Massari. Questa commissione nel 1863 giunse alla conclusione che la situazione economica e sociale dei braccianti era la motivazione principale delle loro rivolte.

Dalla commissione conseguirono due esiti. Il primo fu una premessa di miglioramento per il futuro delle condizioni dei braccianti. Il secondo fu l’approvazione nel 1863 della legge Pica. Con essa si assegnò il compito di repressione ai tribunali militari, i soli sospetti sarebbero bastati per avviare un processo e con la resistenza armata fu punita con la fucilazione.

Le misure adottate stroncarono il brigantaggio  nel 1865.

La rivolta del Sette e Mezzo e gli strascichi

Un altro esempio del disagio provocato dalla situazione economica, sociale e dalla contrarietà alla leva obbligatoria fu la “rivolta del Sette e Mezzo”. Questo tumulto scoppiato a Palermo nel 1866 e così chiamato perché durò sette giorni e mezzo fu represso nel sangue dal generale Giuseppe Cadorna, padre di Luigi.

La stroncatura nel sangue delle rivolte nel meridione crearono il clima adatto per l’affermazione delle mafie sia in Sicilia che nelle altre regioni meridionali. Inoltre, la questione meridionale non troverà mai una sua soluzione neanche nei vari cambiamenti di regime. Qualche passo in avanti si ebbe solamente nel secondo dopoguerra con la riforma Agraria e la nascita dello Svimez.

Fonte: M. Salvadori, Storia d’Italia. Il cammino tormentato di una nazione. 1861-2016, Einaudi, Torino, 2018.

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