Il poema epico-cavalleresco

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Il poema epico-cavalleresco: un lungo viaggio, dalla nascita a oggi

Quando si parla di poema epico-cavalleresco, la nostra mente fa un tuffo nel passato. Va molto indietro. Si immerge in leggende antiche, fatte di grandi imprese, scontri, ricerche e grandi amori. Ma dove e come nasce il poema epico-cavalleresco? E quali sono stati la sua fortuna e il suo destino?

Le origini del poema epico-cavalleresco: dai cantari popolari al poema di corte

Se vogliamo capire i caratteri del poema epico-cavalleresco, che trovò poi la sua massima fioritura nel Quattrocento, dobbiamo andare un po’ più indietro, nel Medioevo, e tenere conto di due filoni letterari medievali, che in lui troveranno, più o meno bilanciata, comunione.
In primis abbiamo il filone francese, che ha il suo cardine nella Chanson de Roland e che rappresenta il ramo epico-carolingio.
In secundis dalla Francia ci spostiamo in Gran Bretagna, con il ciclo Bretone, che apporta il ramo romanzesco-arturiano.
Tutti questi contenuti letterari, trovavano forma ed espressione nei cosiddetti “cantari”. Si trattava di forme poetiche, dunque scritte in versi (precisamente in ottave), che venivano rappresentate nelle piazze e che avevano di fatto un forte carattere popolare.
Solo con il tempo, dalle piazze, queste forme letterarie si sposteranno nelle corti, per celebrare le eroiche gesta, di solito, degli antenati di nobili famiglie.

Disegno raffigurante una scena dall’Orlando furioso

Il ramo epico-carolingio

Il ramo epico-carolingio veicolava con sé principalmente dei temi di natura religiosa. Trai suoi temi c’erano: la guerra di fede (tra cristiani e musulmani), le gesta di stirpe e collettive, l’esaltazione di valori aristocratici e la presenza del divino nella vita dell’uomo. Con il passare del tempo, di questo influsso resteranno il carattere d’avventura e soprattutto l’esaltazione delle gesta di una stirpe, perdendo risalto e centralità il tema del conflitto di fede.
I personaggi principali di tali narrazioni erano Orlando, Rinaldo, Angelica et cetera. Con loro, gli altri membri di quel ciclo francese, che ruotava anche intorno alla figura di Carlo Magno.

Il ramo romanzesco-arturiano

Il filone romanzesco-arturiano, invece, aveva come tema centrale il ciclo di Re Artù. Annesse, dunque, le vicende dei cavalieri della sua tavola rotonda e la ricerca del Sacro Graal.
Appare evidente quindi un carattere più romanzesco, destinato ad avere lungo corso, proseguendo, in forme diverse, nei romanzi, appunto, del tempo a venire.
Le tematiche affondano nei miti celtici, ma anche in questo caso la nascita del genere va ricercata in Francia. Pensiamo ai versi scritti su Tristano e Isotta e alle opere di Chretien de Troyes.
Attraverso questo filone, seguiamo le gesta, più che collettive, di un singolo cavaliere. Lo vediamo intento nella sua “ricerca” (quête) e quindi oltrepassare prove, affrontare avventure e disavventure, per portare a termine la sua missione.
Ovviamente, gli ingredienti principali in questo caso sono: amore, magia e avventura.

Re Artù, dettaglio dal Christian Heroes Tapestry (Wikipedia)

Dai cantari al poema epico-cavalleresco nelle corti italiane

In Italia, il poema epico-cavalleresco ha trovato la sua massima espressione nel Quattrocento.
In quel periodo, si era riscoperto un grande spirito di mecenatismo. Artisti di ogni genere affollavano le corti. Per ringraziare le nobili famiglie del loro favore, poeti dedicavano versi con l’intento, tra le altre cose, di esaltare le nobili gesta degli antenati dei loro ospiti.
Ci troviamo così a Firenze, da Lorenzo il Magnifico, in compagnia di Luigi Pulci e della sua grande opera: il Morgante. Esempio di poema epico-cavalleresco, intriso, nel caso di Pulci, di una buona dose di umorismo.
Se ci spostiamo e andiamo a Ferrara, a ospitarci è la famiglia d’Este.
Ospite illustre degli estensi, Matteo Maria Boiardo. Il suo contributo al poema epico-cavalleresco fu grande ed è custodito dalla sua opera: Orlando innamorato.
A riprendere la trama delle gesta narrate nell’Innamorato, penserà poi un altro grande ospite della famiglia d’Este: Ludovico Ariosto.

L’Orlando Furioso: magistrale opera di Ludovico Ariosto

Pubblicato nel 1516, L’Orlando furioso è un poema in ottave. L’opera consta di 46 canti. Ariosto ci fa seguire le vicende di Orlando, diventato pazzo (furioso) per amore. L’amore, non corrisposto, per la bella Angelica. Sullo sfondo della guerra di fede tra cristiani e saraceni (quindi sullo sfondo delle crociate) seguiamo le sue gesta e le sue pene. Lo vediamo perdere il senno, quindi, vediamo Astolfo recuperarlo lì dov’era andato a finire (sulla Luna!). Lo vediamo combattere, lo vediamo soffrire.
In questo capolavoro della letteratura c’è tutto: comicità, dramma, amore, morte, guerra e antichi e nobili valori.
In più, è presente l’intento encomiastico nei confronti della genia d’Este, attraverso le lodi delle gesta dei suoi antenati: Ruggiero e Bradamante, dalla cui unione discenderà la stirpe.

Il proemio dell’Orlando furioso

“Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l’ire e i giovenil furori
d’Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.”

Dalla Gerusalemme Liberata a oggi

Torquato Tasso aggiunge un tassello. La Gerusalemme Liberata, tuttavia, è intrisa di un tono fortemente religioso. Tasso le cambiò nome in Gerusalemme Conquistata. Questa modifica non ebbe tuttavia seguito. Continuiamo a riferirci al poema come Gerusalemme Liberata.
Interessante è vedere il seguito che, ai nostri giorni, hanno le gesta di quei cavalieri tanto cantati.
La prova principale della loro resistenza alla prova del tempo, ce la danno i pupi siciliani. Vere e proprie opere d’arte di grande valore, questi pupi sono burattini utilizzati per allestire teatrini, che narrano ancora le gesta di lontani cavalieri. Una testimonianza di come le grandi gesta non lascino che troppa polvere le oscuri.

Alcuni tipici pupi siciliani

Infine, colui che amò e imitò le gesta di cavalieri antichi: Don Chisciotte

Percorrendo le strade del poema epico-cavalleresco, il rimando a Don Chisciotte è d’obbligo. Rapito dai racconti dei suoi libri, con fido scudiero al seguito, il nostro simpatico nobile cavaliere, imitò come poteva le gesta dei più grandi cavalieri. Tra ronzini, mulini a vento e rovinose cadute, il Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes Saavedra ha dato un volto nuovo al poema epico-cavalleresco. Ironia, malinconia e molta simpatia ci accompagnano nella sua lettura.
Ad accompagnarci, volendo, potrebbero essere le note di Guccini, che a lui ha dedicato una canzone, che qui allego: https://www.youtube.com/watch?v=pUR2QxLJRE8

Bibliografia : di Romano Luperini, Pietro Cataldi, Lidia Marchiani, Valentina Tinacci. “La scrittura e l’interpretazione” vol. 1 – tomo II, gli autori italiani, il canone europeo, la scrittura delle donne, gli intrecci interculturali e tematici

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