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Dal Pessimismo all’Ottimismo – Un itinerario nel sentirsi umani

“La scimmia scese dall’albero e diventò uomo. L’uomo alzando gli occhi scoprì il cielo, incontrò il male di vivere e divenne scrittore”

Presso tutte le comunità umane, in ogni epoca, il principio delle produzioni letterarie è caratterizzato da finalità analoghe: se è vero che per il mito spicca lo sforzo conoscitivo, il tentativo da parte dell’uomo di rispondere alle sue domande sul mondo e non solo (tant’è vero che ancora in Età Classica il filosofo ateniese Platone fece ricorso al mito per esprimere le proprie tesi: l’immortalità dell’anima con il “mito di Er” ne “La Repubblica”, le modalità della conoscenza con il “mito della caverna” e la vera natura dell’amore con il mito del concepimento di Eros nel “Simposio”), al contrario lo stesso discorso non può essere riferito alle prime narrazioni letterarie vere e proprie.

L’imprese di Ettore ed Achille, piuttosto che le gesta di Gilgamesh o le peripezie di Odisseo, tutte queste opere di letteratura non esprimono uno scopo pratico o una finalità specifica, non si curano di fornire al lettore un insegnamento, né vi si scorge facilmente una morale senza applicare un’interpretazione e, quindi, una forzatura al testo: il loro obiettivo è da ricercare nelle opere stesse, in quel bisogno primordiale di raccontare ed ascoltare storie provato dai primi uomini seduti insieme intorno ad un fuoco.

 Il loro senso è dunque intrattenere, “di-vertire” (nel significato etimologico di “distrarre, allontanare”) proiettando tutte le emozioni e le caratteristiche del sentire umano (l’Ira di Achille e l’Astuzia di Odisseo, la Prepotenza di  Agamennone e la Bellezza di Elena, ancora, l’Amore di Andromaca ed il Senso del dovere di Ettore) nell’universo fittizio e, soprattutto, rassicurante, della fantasia letteraria.

In questo utopico “luogo non luogo” tutte le variabili sono saldamente controllate dal Narratore,  non c’è spazio per l’imponderabile che tanto inquieta l’uomo, tutto si piega armoniosamente alla limpida, lampante necessità di una trama “provvidenziale”; è allora possibile scrutare nell’abisso delle più angoscianti paure dell’uomo, attenuate dall’inganno letterario ( «colui che inganna è più giusto di chi non inganna e chi è ingannato è più sapiente di chi non è ingannato» diceva appunto Gorgia a proposito del teatro) e si può riuscire così ad esorcizzarle: ecco dunque nascere le più profonde riflessioni dell’uomo sulla propria natura, riflessioni che lo hanno accompagnato e che ancora lo accompagnano nel suo cammino. 

L’obiettivo di questa nuova appendice della rubrica settimanale di letteratura sarà proprio quello di esaminare queste riflessioni e le loro evoluzioni nella storia della letteratura cercando di citare quante più fonti letterarie sarà possibile: partiremo dalle posizioni pessimistiche in ambito letterario seguendo un percorso che ci porterà di autore in autore alla scoperta di correnti opposte, scoprendo se alla base di entrambe ci siano punti in comune e quanto, paradossalmente, la posizione di partenza in questione sia il presupposto indispendabile per la teorizzazione del punto di arrivo.

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