Avanti Savoia! Massiccio del Grappa 24/10/1918

avanti savoia
Tempo di lettura: 5 minuti

Avanti Savoia!

Per motivi di tempo e per variare i temi della nostra rubrica settimanale di Letteratura, oggi non uscirà la terza parte di “Dal Pessimismo all’Ottimismo – Un Itinerario nel sentirsi umani, bensì qualcosa di nuovo e diverso. Spero vi piaccia…

“Cara Mamma,

In questa breve quiete prima della tempesta  rubo qualche istante per scrivervi quelle poche righe che il tempo e l’inchiostro mi permettono; anche io sento la vostra mancanza, ma mi dispiace che abbiate preso a male la decisione di dare il mio contributo alla Patria: dovete tenere a mente che “dobbiamo fare tutti il nostro dovere”,  come dicono i manifesti per il reclutamento , e poi è arrivato il momento di fare la mia parte , ormai ho 17 anni! Il nostro Capitano dice che scriveremo la Storia, che vendicheremo Caporetto!  Ora il vostro Alessandro deve lasciarvi perché, per citare il cappellano,  “correremo il palio della morte per Gloria d’Italia”, mia cara Mamma. Massiccio del Grappa, 24 Ottobre 1918”.

“Mamma non piangere, c’è l’avanzata, tuo figlio è forte su in alto il cuor, asciuga il pianto della fidanzata, che nell’assalto si vince o si muor…”

Soldati italiani in trincea

Così suonava forte da un paio di grammofoni nella trincea l’Inno del Corpo degli Arditi: quella fierezza, quella baldanza, il totale disprezzo della morte e del nemico…  il nostro Alessandro ci era cascato, come tanti altri, in preda agli ardenti fremiti della giovinezza, della propaganda, dell’indottrinamento: era nella breve età in cui si dispone della forza di un uomo senza averne ancora la maturità.

“Oggi è il giorno che si muore” disse cupo uno di loro sbuffando un’ultima nuvola di fumo da ciò che era rimasto di una sigaretta. Alessandro lo guardò: in quelle parole, sprezzanti e rassegnate, c’era qualcosa di oscuro, come in quegli occhi inumani, profondi come abissi e allo stesso tempo inquietantemente vuoti, qualcosa che gli fece precipitare il cuore tra le viscere.

Il Capitano si limitava a fissare corrucciato e inebriato il pugnale nella destra e la fiaschetta vuota di grappa nella sinistra, cercando al suo interno il coraggio per andare all’attacco, o almeno un altro sorso.

Alessandro rimase sconcertato nello scoprire quei temuti guerrieri trovassero “l’audacia” per assalire il nemico “pugnal fra i denti e bombe a mano”.  Il capitano scaraventò con odio la bottiglia a piedi e scattò in piedi: “At-tenti! Per la Gloria d’Italia, Avanti Savoia!”: l’attacco era iniziato. “Avanti Savoia”, il segnale dell’avanzata risuonò limpido e fiero, come il ruggito di un leone, poi si perse sempre più negli spari e nelle esplosioni, nelle grida, nei lamenti, nei gemiti.

avanti savoia

Adulti esperti, rassegnati, e giovinetti poco più che bambini, borghesi e contadini, austriaci ed italiani, tutti salutarono la vita che scivolava via invocando il nome amatissimo di chi ce l’ha data. “Mutter, Mother, Mère, Mamma, oh Mamma”. “Oh Mamma” biascicò Alessandro issatosi oltre la trincea, mentre osservava terrorizzato e paralizzato la battaglia: le fiammate delle esplosioni,  i lampi degli spari, le scie delle raffiche di proiettili traccianti squarciavano l’oscurità del cielo, non più il solito cielo dell’Altopiano ma quello di un mare in tempesta, un’incombente minaccia senza fine.

Dopo essersi fatto coraggio, Alessandro strinse forte il pugnale e si lanciò anche lui alla carica gridando, più per scacciare la sua paura che per incuterne ad altri: tutt’intorno a lui i fischi dei proiettili, le grida dei feriti, le esplosioni. Un tonfo e si ritrovò nel cratere di un mortaio, coperto di fango, di sangue probabilmente suo, con la testa tra le ginocchia.

Voleva tornare nel grembo materno, voleva tornare a casa, voleva tornare a… scuola; sì, voleva tornare a scuola, ecco il suo vero posto, non quell’inferno.

Ricordava ancora l’ultima lezione prima che si arruolasse, l’insegnante che modulava la voce come se spiegasse tramite sofisticati ed affascinanti incantesimi e poi… l’argomento dell’ultima lezione di filosofia, Immanuel Kant: “Sapere aude, abbi il coraggio di servirti del tuo proprio intelletto! Osate usare la vostra testa” ribadiva dolcemente imperioso il docente. Ecco cosa doveva fare, ora vedeva tutto più chiaro: la propaganda, macchina fabbricatrice d’odio, i muri soffocati dai manifesti, fardello mal sopportato persino dalle tacite pareti; gli slogan tuonavano più delle cannonate –Aiutateci a vincere!-, -Per la Gloria d’Italia!- Ma quale gloria vale tanto? Quale Nazione è disposta a comprare la gloria con il sangue dei suoi cittadini, con la carne dei propri giovani? Quante vite umane costa un palmo di quell’Oceano di fango e sangue tanto decantato da falsi poeti? Vedeva ormai con i suoi stessi occhi quanta poca gloria ci fosse nei lamenti dei moribondi mutilati immersi nel fango fino al collo.

Cosa fare allora? Quello era il suo dovere e lui l’avrebbe compiuto, se non per la gloria, allora per i suoi compagni, per la sua famiglia, per se stesso. Strinse di nuovo il pugnale e balzò fuori dalla buca lottando fino al tramonto. Quel che la Guerra  fa commettere ad un uomo nei confronti dei propri simili lo sanno davvero solo i morti e i veterani, e nessuno dei due se ne vanta. La dolceamara vittoria giunse a lavare il sangue versato con una pioggia delicata e triste sulla trincea nemica conquistata.

“La cosa più dolce dopo la vittoria è la vendetta” disse il Capitano, ancora ebbro di vino e sangue, colpendo al volto un giovane austriaco che piangeva in ginocchio. “Capitano, con tutto il rispetto, credo che si stia arrendendo” intervenne Alessandro. “Arrendendo? Come si arresero i Nostri  a Caporetto o sull’Isonzo? Ricordo bene il loro trattamento” ringhiò il Capitano; negli occhi aveva un baleno d’ira, di follia: “Oggi è il tuo battesimo del fuoco, devi farlo tu”. Alessandro guardò negli occhi il ragazzo, aveva la sua stessa età e la stessa paura; fu in quel momento che smise di averne: “Non ucciderò quest’uomo” rispose fermamente. L’ufficiale gli puntò la rivoltella: “Obbedisci! O tu spari a lui o io sparo a te, cosa scegli?”. Ormai non aveva più paura, non c’era più spazio per la paura. Tutto d’un tratto era cresciuto. Rivolse uno sguardo al cielo ormai velato dalla notte, strinse i pugni, inspirò un’ultima, profonda, boccata d’aria: “Cos’hai scelto?!”, “Ho deciso”, disse:

“Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”. Chiuse gli occhi